Artrite reumatoide

Cannabis nell’artrite reumatoide

L’artrite reumatoide (AR) è una poliartrite infiammatoria cronica, anchilosante e progressiva a patogenesi autoimmunitaria e di eziologia sconosciuta, principalmente a carico delle articolazioni sinoviali.

Può provocare deformazione e dolore con conseguente possibile perdita della funzionalità articolare (Ankur S, 2012).

La prima descrizione riconosciuta dell’artrite reumatoide è stata data nel 1800 dal medico francese Agostino Jacob Landré-Beauvais (1772-1840), mentre il nome “artrite reumatoide” è stato coniato nel 1859 dal reumatologo britannico Alfred Baring Garrod.

L’artrite reumatoide ha una incidenza nella popolazione adulta del mondo sviluppato che va dallo 0,5 a l’1%. Nel 2010 ciò si è tradotto in circa 49.000 decessi nel mondo (Scott et al, 2010).

La diagnosi precoce è essenziale, poiché è proprio nei primi mesi di malattia che si osserva l’insorgenza di danni sostanziali e irreversibili (per questo l’ecogra a sta sostituendo la radiologia convenzionale nella diagnostica). Inoltre, nei primi due anni di malattia successivi alla diagnosi, i danni risultano particolarmente severi.

La diagnosi precoce permette inoltre un più efficace trattamento farmacologico.

Il trattamento consiste sia nella prescrizione di farmaci, sia in altre misure, volte al controllo dell’in ammazione articolare e alla prevenzione del danno articolare, con conseguente disabilità. I farmaci antireumatici modi canti la malattia (DMARD) possono rallentare o arrestarne la progressione e per questo vanno iniziati in fase precoce, integrati con i cortisonici, farmaci biologici, nuovi farmaci sintetici su specifici target, secondo le linee guida EULAR 2016 (Smolen JS et al, 2016). Il trattamento non farmacologico consiste nella terapia sica, nella terapia occupazionale e in modi cazioni del regime alimentare. Farmaci antidolorifici e antinfiammatori, tra cui gli steroidi, solitamente riducono i sintomi, ma non fermano la progressione della malattia.

Il dolore dell’Artrite reumatoide è un dolore infiammatorio persistente ad origine articolare, con una componente sia continua che incidente, ed è legato ad un meccanismo di iperplasia e ipertro a della membrana sinoviale, una membrana di origine mesenchimale formata da sinoviociti di tipo 1 (macrofagici) e di tipo 2 ( brinoide). Questa cresce in spessore, formando così il panno sinoviale che comincia a erodere perifericamente l’osso non coperto da cartilagine (bare bone, “osso nudo”). Contemporaneamente, i polimorfonucleati si spostano nel liquido sinoviale, mentre linfociti T, B e plasmacellule a livello della membrana sinoviale formano un tessuto simil-linfonodale. Le cellule del panno sinoviale assumono un aspetto simil-neoplastico, non risentendo dell’inibizione da contatto.

Quando non è diagnosticata precocemente o non è responsiva al trattamento farmacologico, i danni articolari sono severi ed il dolore è solitamente non ben controllato con farmaci antiinfiammatori.

L’utilizzo della Cannabis per il trattamento di sintomi da AR è una pratica relativamente nuova: esistono infatti report (Australia e Gran Bretagna) in cui, mediante questionari, si evidenziava che già dal 1998 il 20-35 % dei consumatori di Cannabis ad uso terapeutico lo faceva per trattare l’AR.

Il razionale terapeutico è legato al noto effetto analgesico dell’agonismo sui recettori CB1 nel SNC, ma anche ad una sempre maggiore evidenza, su modelli biologici in vitro ed animali, di modulazione del segnale in ammatorio da parte dell’agonismo del recettore CB2.

Molti composti del sistema endocannabinoide sono in grado di inibire l’in ammazione, l’iperplasia sinoviale e la distruzione della cartilagine in AR. In particolare, l’attivazione specifica di CB2 può migliorare la AR inibendo non solo la produzione di autoanticorpi, citochine proin ammatorie e MMP (metallo-proteasi), ma anche l’erosione ossea, la risposta immunitaria mediata dalle cellule T e la proliferazione di FLSs ( broblasti simili ai sinoviociti, parte importante del panno sinoviale) (Gui H, et al 2015).

Mentre sono molti gli studi preclinici che evidenziano il ruolo del sistema endocannabinoide nella patogenesi dell’AR, dal punto di vista clinico l’unico studio che ha analizzato l’uso di cannabinoidi nel trattamento dell’AR è: “Preliminary assessment of the ef cacy, tolerability and safety of a Cannabis-based medicine (Sativex) in the treatment of pain caused by rheumatoid arthritis” pubblicato su Rheumatology nel 2006 (Blake AE et al, 2006), in cui è stato confrontato Sativex e placebo per 5 settimane. Benché sia uno studio RCT con un risultato positivo per il Sativex rispetto al placebo, l’analisi di qualità dello studio fatto dal gruppo Cochrane (Richards BL et al, 2012), come anche da due gruppi di revisori indipendenti (Lynch ME, et al 2011; Whiting PF et al, 2015), ha evidenziato un “risk of bias” alto, che induce a prendere con cautela i risultati ottenuti.

Se prendiamo in esame le revisioni sistematiche che analizzano l’uso dei cannabinoidi nel dolore cronico più in generale, abbiamo sicuramente più certezze. Infatti, nel documento pubblicato dalla National Academies of Sciences, Engineering, And Medicine americana nel gennaio 2017, disponibile on-line e denominato “The Health Effects of Cannabis and Cannabinoids: The Current State of Evidence and Recommendations for Research” (Rapporto sugli effetti sulla salute della Cannabis e dei cannabinoidi: lo stato attuale dell’evidenza e le raccomandazioni per la ricerca), un comitato esperto instituito ad hoc, presenta un’evidenza sostanziale e a tratti conclusiva della sua efficacia nel dolore cronico.

Certamente la strada è lunga, sia per la varietà dei prodotti testati (ad oggi si tratta principalmente di prodotti con THC), sia per la varietà delle diagnosi specifiche che si racchiudono sotto il termine dolore cronico.

*Articolo scritto dal Dott. Gianfranco Sindaco


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