Giornata mondiale dell'AIDS

AIDS: la voce di un paziente

 

Un giorno di dicembre di alcuni anni fa, lo ricordo come se fosse oggi, stavo andando a ritirare l’esito degli esami del sangue ed ero single da otto mesi, dopo sei anni di relazione con un sieropositivo. Mi consegnarono il referto e una dottoressa mi disse venga con me. Entrai in un stanza e lessi la scritta “positivo”. La mia testa reagì in modo inaspettato.

Solitamente davanti ad un trauma, non mi rendo subito conto. Solo dopo qualche giorno realizzo il fatto. Quel giorno invece mi fu immediatamente chiaro, forse perché l’esperienza dei sei anni precedenti mi aveva trasmesso consapevolezza e chiarezza. Uscii dall’ambulatorio e mi diressi all’ospedale Niguarda e iniziai il mio percorso.

Spero che al termine della lettura ci sia maggiore rispetto sia per chi vive una condizione come la mia e sia per chi è sieronegativo

Quando sei seduto alla guida dell’auto e accanto hai tua madre, un amico o uno sconosciuto, ti senti responsabile in caso di incidente. Se sei sieropositivo, la responsabilità è doppia. Ti domandi: “e se a seguito dell’incidente si verifica il contagio?”. Lo stesso dubbio lo vivi quando sei seduto in metropolitana, quando sei sugli sci, o al mare sugli scogli e stai per tuffarti. Insomma ogni momento che ti trovi a vivere in mezzo agli altri. Se succede qualcosa e contagio qualcuno? E la domanda dopo arriva puntuale: quanto male gli farei? come lo spiegherei? Così inevitabilmente finisci per chiuderti in te stesso e per limitare i momenti in cui puoi socializzare. Altre volte invece decidi di lottare, perché sei vivo e non puoi permetterti di non sentirti “onorato” di stare su questa terra. Quindi ti armi di un sorriso da grande attore e vivi.

Purtroppo, forte di questo sorriso ti spingi sino all’incoscienza di dire o fare passi falsi. Come fidarsi delle persone sbagliate o azzardare un rapporto sessuale non proprio sicuro.

Non c’è dubbio che dichiarare la propria condizione ad un amico è innegabilmente un atto di fiducia, ma può essere che non sempre l’amico si senta obbligato a condividere tale “fiducia” e, quindi, si allontani.

È curioso come la tua vita possa cambiare senza che te ne rendi conto: sei cresciuto con valori come la correttezza, la lealtà, la trasparenza e ti ritrovi a dover nascondere qualcosa di tuo. Ti ritrovi a non essere te stesso completamente perché non puoi cercare aiuto da nessuno, quando una sera non riesci a reggere il peso dell’HIV. Perché puoi scappare, viaggiare, cercare nuove amicizie, vivere nuove situazioni, ma lui è li. È presente ogni volta che fai la barba e ti preoccupi di non lasciare la tua lametta in giro, è li ogni volta che ti fai un taglio anche solo perché sei a pesca con un amico. È come la tua ombra, puoi spegnere la luce e decidere di vivere al buio, ma appena accendi la luce, lei è li.

In questi dodici anni, ho capito che per TUTTI indossare il profilattico in caso di rapporti non dovrebbe voler dire solo evitare la gravidanza, ma evitare il contagio da HIV.

Ci sono persone che scoprono di essere sieropositive per caso. Un po’ come Enrico che costrinsi dopo 4 mesi di frequentazione a fare il test, oppure come Elisa che lo contrasse da qualche amante occasionale o chi come Marco scoprì di essere sieropositivo per una trasfusione di sangue infetto. Altre persone invece lo scoprono, in modo più drastico perché hanno vissuto per anni nella totale ignoranza e si ritrovano davanti ad una inaspettata patologia.

In tutti i casi spesso le persone non realizzano subito cosa potrà accedere negli anni seguenti perché l’infezione non trasmette alcun segno, alcun sentore visibile a occhio nudo.

Ti senti forte e uguale a prima e con un ottimo aspetto fisico. Quello che invece non sai e che questa infezione ti entra nella testa quotidianamente e si presenta quando meno te l’aspetti. Mentre stai chiacchierando a tavola con colleghi e qualcuno tira fuori il discorso o fa una battuta. Mentre sei in un bar o in aeroporto e il telegiornale lancia un servizio sulla sieropositività, oppure quando devi prenotare un colonscopia o banalmente una pulizia dei denti e la domanda arriva puntuale “ha avuto malattie sessualmente trasmissibili?”

Uno degli effetti della sieropositività, che comprendi solo dopo mesi, è la solitudine.

Non parlo di quella di amici o pseudo tali che ti hanno girato le spalle, o ti trattano con compassione o peggio con benevola tolleranza, ma che certamente non condividerebbero il medesimo bicchiere con te.

Mi riferisco a quella solitudine interiore che ti fa fermare in mezzo ad una stazione ferroviaria o ad una cena o ad un meeting lavorativo, e ti fa domandare: “sarò il solo ad essere sieropositivo? E se ora gridassi: sono sieropositivo perché come un folle ho ricorso per tutta la vita un sogno “a due” e ho creduto che il sesso fosse una porta per tale sogno?“.

Poi mi fermo, respiro, penso che il sole continuerà a sorgere per me come per gli altri e non è necessario condividere la mia parte interiore. È necessario invece ascoltare me stesso, che per troppe volte ho tradito, ignorandolo. Sapevo che non potevo essere immune dal virus e ogni volta che rischiavo dicevo “speriamo in bene”.

NON SPERIAMO BENE…PROTEGGIAMOCI, SEMPRE!!!

 

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2017-12-01T08:27:34+02:00